Sempre al centro del gioco ma mai al centro dell’attenzione. Eppure lei è Leo Lo Bianco, la Signora del Volley. L’artista del palleggio. La fata della regia. Che, per una volta, fuori dal campo  si lascia andare a ricordi, emozioni e racconti ammettendo di essere “piuttosto introversa, ambiziosa”, ma di non amare assolutamente i riflettori: “sono schiva verso tutte le cose che riguardano l’extra volley”.

Inizia così la sua intervista a volleybergamo.it. Un’esclusiva in cui ricorda perché ha scelto la pallavolo, “per un motivo abbastanza banale, guardando i cartoni animati mi sono appassionata alle piccole giocatrici giapponesi e volevo essere anch’io una di loro”, rievoca il 1999 e la sua prima in A1, il suo primo trofeo: “me lo ricordo come se fosse oggi, ma era quasi trent’anni fa: il mio primo torneo di minivolley!”. E poi racconta come grandi campionasse come Keba Phipps, Henriette Weersing, Gaby Perez Del Solar e Alessandra Zambelli le abbiano dato molto nei primi anni della sua carriera: “mi hanno insegnato cosa voleva dire essere un campione”.

Leo ci spiega come si rimane a alti livelli, come si arriva ad avere una mentalità vincente. Dopo tanti anni in rossoblù, tanti match con la maglia azzurra, dopo essere stata scelta come icona della pallavolo non solo in Italia, Lo Bianco si sente mai un esempio? “Sì, sento una responsabilità. Voglio lasciare qualcosa ai giovani”. E pensa che esista ancora il valore della maglia? “Spero che tutti gli sportivi abbiano dentro l’amore per una maglia e sentano cosa rappresenta. Per me due maglie hanno rappresentato tantissimo: la maglia azzurra, perché penso che solo indossarla sia orgoglio, e lo stesso per la maglia della Foppapedretti”.

Ci parla anche delle sue paure, dei suoi rimpianti. E poi ci dice dove la porta il cuore… qui